DA ZERO A DIECI


Se ve lo chiedessero adesso, che voto dareste alla vostra vita, da zero a dieci? Nessuna sorpresa, tanto ogni giorno, da quando si nasce, in qualsiasi situazione ci si trovi c'è sempre qualcuno che ci valuta e soppesa le nostre azioni. E se non c'è nessuno a farlo, allora ci pensiamo noi. E' questa la premessa dell'ultimo film di Luciano Ligabue, "Da Zero a Dieci" appunto.

Quattro uomini che si avviano verso i quaranta un bel giorno decidono di fermare il tempo e tornare indietro di vent'anni, a quel fine settimana a Rimini lasciato improvvisamente a metà. A far loro compagnia, le quattro ragazze che avevano conosciuto in riviera, anzi tre, visto che una ha deciso di non venire, lasciando il posto alla fidanzata di una delle altre. Sì, perché il gruppo ? animato da una ricca varietà di personaggi: oltre alla coppia lesbica, c'è il medico gay, l'inconcludente maniaco sessuale che millanta "dimensioni" da record, il dializzato vulcanico organizzatore di compleanni, un paio di sposati con prole e una nottambula divorziata e sopravvissuta al cancro.
Obiettivo di quest'operazione d'amarcord fare tutto quello che non hanno realizzato in quel lontano week-end. Ogni sogno, ambizione, rivelazione e stupidaggine deve essere tirata fuori, per non avere più rammarichi, nostalgie e rimpianti e per guardare rinnovati al futuro. Ma non tutto del passato può essere superato e dimenticato, almeno non per ognuno di loro. Soprattutto il motivo per cui nel 1980 dovettero interrompere il loro week-end...

Il "Liga" torna dietro la macchina da presa e lo fa sotto il segno del blues. Questa musica e la sua storia, i suoi ritmi lenti, le melodie struggenti, i colori scuri e cupi (di una Rimini vissuta di notte), la sua malinconia ed essenzialità danno forma al film. Che ha anche momenti gioiosi e giocosi, come la divertente parentesi musical di "Libera uscita", che con "Questa è la mia vita" rappresenta il contributo diretto del rocker emiliano alla pellicola, ma sono sprazzi. I personaggi, soprattutto quelli maschili, sono ragazzi costretti a crescere improvvisamente e drammaticamente, non appartengono alla generazione dei "Peter Pan". La vita li ha segnati, lasciando loro addosso ferite che ora si rimarginano ora si riaprono irreparabilmente.

"Da Zero a Dieci" si presenta come un film fatto d'episodi e piccole scene, un po' sfilacciato a causa di una storia-guida debole. E quel che accade non è sempre originale, certe scene sono già viste e prevedibili. Il montaggio è discontinuo e ricorre misteriosamente a soluzioni differenti per marcare passaggi temporali o sottolineare alcuni dettagli.
La sceneggiatura rivela chiaramente la paternità di Ligabue, di quell'acuto sguardo capace di afferrare la verità della sua provincia e dell'abilità di esprimerla con un gesto o una parola. Fatti interpretare ad un gruppo d'attori quasi mai visti, che fanno una buona prova corale senza che alcuno, come invece aveva fatto l'Accorsi di "Radiofreccia", si faccia notare più degli altri.

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